Il Gius non “liquido”
La lettura ideologica della storia, come lei ben sa, porta sempre a pericolose semplificazioni. Un esempio di questa manipolazione delle cose è l’articolo di Roberto de Mattei “La liquefazione della chiesa”, ospitato dal suo giornale. Dovendo De Mattei ricondurre l’evento del Concilio Vaticano II, e della vita della chiesa che ne è seguita, all’interno dello schema continuità/discontinuità, non teme collocare don Giussani e i ciellini tra quelli che hanno propugnato una discontinuità rispetto alla tradizione. di Francesco Ventorino
12 AGO 20

Al direttore - La lettura ideologica della storia, come lei ben sa, porta sempre a pericolose semplificazioni. Un esempio di questa manipolazione delle cose è l’articolo di Roberto de Mattei “La liquefazione della chiesa”, ospitato dal suo giornale. Dovendo De Mattei ricondurre l’evento del Concilio Vaticano II, e della vita della chiesa che ne è seguita, all’interno dello schema continuità/discontinuità, non teme collocare don Giussani e i ciellini tra quelli che hanno propugnato una discontinuità rispetto alla tradizione. La prova dirimente sarebbe quella dell’esaltazione della fede come “esperienza” e “incontro” a prescindere da una realtà e da una verità che sono tali prima di essere incontrate e affermate. In forza di tale semplificazione la posizione ciellina si troverebbe, senza saperlo e volerlo, a coincidere con quella della “scuola di Bologna”, secondo la quale il suggerimento reale del Concilio porta al primato dell’azione pastorale, cioè della prassi religiosa sulla formulazione e difesa della verità dottrinale. L’orizzonte comune sarebbe quello della “nouvelle théologie”, cioè la riduzione della verità a “esperienza religiosa”.
Vorrei far notare, seppure con la essenzialità e brevità che richiede questa mia lettera, come il concetto giussaniano di esperienza, risultante dai suoi testi (che forse il De Mattei non ha mai letto) e dal suo insegnamento, sia squisitamente tomista: essa è la manifestazione della realtà e della sua verità al soggetto conoscente. La parola “esperienza” suggerisce dunque un metodo, anzi il metodo attraverso il quale la realtà ci introduce nella sua verità. L’appello all’esperienza in don Giussani è sempre a favore di un riconoscimento della verità del reale, che ne è sempre la misura e il punto di riferimento ultimo. L’insistenza sulla esperienza vuole sempre provocare una resa all’evidenza del reale. Anche quando egli parla di quella esperienza interiore che chiama “esperienza elementare”, cioè di quel “complesso di esigenze e di evidenze con cui l’uomo è proiettato dentro il confronto con tutto ciò che esiste”, non manca di rimarcare che questo nucleo di esigenze e di evidenze, pur essendo “immanente a noi” come un infallibile “criterio originale”, non è però prodotto da noi, ma si sperimenta in noi come “dato con la natura”; sicché “una madre eschimese, una madre della Terra del Fuoco, una madre giapponese, danno alla luce esseri umani che tutti sono riconoscibili come tali, sia come connotazioni esteriori che come impronta interiore” (“Il senso religioso”, Rizzoli, Milano 1997, pp. 8-11).
L’incontro cristiano, poi, non è mai concepito come un avvenimento solo interiore, piuttosto come l’aprirsi a un fatto oggettivo, indipendente dalla persona che ne fa esperienza, Cristo stesso presente in una comunità “sensibilmente documentata”, una comunità di cui “la voce umana dell’autorità costituisce criterio e forma”. (“L’esperienza”, in “Il rischio educativo”, Rizzoli, Milano 2005, p. 130). Prima conseguenza, dunque: rifiuto dell’esperienza “interna” come criterio decisivo, e appello a un criterio ecclesiale come criterio normativo. L’incontro cristiano accade sempre dentro l’oggettività della chiesa.
L’articolo di De Mattei ha un merito però, quello di aver evidenziato come la comprensione e l’accoglimento del pensiero di don Giussani è impossibile da una posizione pregiudizialmente antimoderna, perché incapace di apprezzare e comprendere la sfida che questo prete lombardo ha lanciato al pensiero moderno: annunciare Cristo e il suo vangelo usando e sconvolgendo le categorie di questo stesso pensiero, prima fra tutte quella di “esperienza”.
Vorrei far notare, seppure con la essenzialità e brevità che richiede questa mia lettera, come il concetto giussaniano di esperienza, risultante dai suoi testi (che forse il De Mattei non ha mai letto) e dal suo insegnamento, sia squisitamente tomista: essa è la manifestazione della realtà e della sua verità al soggetto conoscente. La parola “esperienza” suggerisce dunque un metodo, anzi il metodo attraverso il quale la realtà ci introduce nella sua verità. L’appello all’esperienza in don Giussani è sempre a favore di un riconoscimento della verità del reale, che ne è sempre la misura e il punto di riferimento ultimo. L’insistenza sulla esperienza vuole sempre provocare una resa all’evidenza del reale. Anche quando egli parla di quella esperienza interiore che chiama “esperienza elementare”, cioè di quel “complesso di esigenze e di evidenze con cui l’uomo è proiettato dentro il confronto con tutto ciò che esiste”, non manca di rimarcare che questo nucleo di esigenze e di evidenze, pur essendo “immanente a noi” come un infallibile “criterio originale”, non è però prodotto da noi, ma si sperimenta in noi come “dato con la natura”; sicché “una madre eschimese, una madre della Terra del Fuoco, una madre giapponese, danno alla luce esseri umani che tutti sono riconoscibili come tali, sia come connotazioni esteriori che come impronta interiore” (“Il senso religioso”, Rizzoli, Milano 1997, pp. 8-11).
L’incontro cristiano, poi, non è mai concepito come un avvenimento solo interiore, piuttosto come l’aprirsi a un fatto oggettivo, indipendente dalla persona che ne fa esperienza, Cristo stesso presente in una comunità “sensibilmente documentata”, una comunità di cui “la voce umana dell’autorità costituisce criterio e forma”. (“L’esperienza”, in “Il rischio educativo”, Rizzoli, Milano 2005, p. 130). Prima conseguenza, dunque: rifiuto dell’esperienza “interna” come criterio decisivo, e appello a un criterio ecclesiale come criterio normativo. L’incontro cristiano accade sempre dentro l’oggettività della chiesa.
L’articolo di De Mattei ha un merito però, quello di aver evidenziato come la comprensione e l’accoglimento del pensiero di don Giussani è impossibile da una posizione pregiudizialmente antimoderna, perché incapace di apprezzare e comprendere la sfida che questo prete lombardo ha lanciato al pensiero moderno: annunciare Cristo e il suo vangelo usando e sconvolgendo le categorie di questo stesso pensiero, prima fra tutte quella di “esperienza”.
di Francesco Ventorino
(Sacerdote catanese e collaboratore di don Giussani per circa cinquant’anni)